Il rapporto tra bambini, arte marziale e insegnante è spesso
molto più complesso di quanto a prima vista si possa immaginare.
Le motivazioni che spingono un bambino a questo tipo di pratica o di
sport sono le più varie: il desiderio di emulare le gesta di
Bruce Lee o di qualche altro eroe cinematografico, la curiosità
di qualcosa di diverso dal solito calcio, la voglia di imparare a
difendersi o semplicemente la necessità, da parte dei genitori,
di far sfogare un figlio troppo agitato.
Ne consegue una grande eterogeneità che caratterizza i corsi,
spesso accentuata dalla presenza di fasce di età diverse. Il
risultato finale è una miscela esplosiva che pochi maestri
vogliono trovarsi tra le mani; quelli che lo fanno ricorrono chi alla
Bibbia (la pazienza di Giobbe), chi allo zen, chi a tecniche di
rilassamento per non lasciarsi andare a realistiche imitazioni di Erode
o per non farsi venire un fegato grande come un tacchino. In compenso
quegli insegnanti che da anni conducono corsi per bambini sanno di aver
superato prove di stoicità ben superiori a quelle a cui si
sottopongono i monaci di Shaolin, anche se a volte dietro
l’apparente calma interiore si cela una sostanziale assenza
mentale dovuta a un prolungato e sottile logoramento. Un altro
vantaggio raggiunto da questi maestri è di aver allenato la
voce, in particolare quel grido che nel karate si chiama
“kiai” ma che è rivolto non all’avversario ma
al giovane allievo!
Così, cercando l’equilibrio tra disciplina e concessioni
comportamentali, i corsi vanno avanti nei mesi e negli anni e quando ti
fermi un momento a riflettere sui risultati e alla tentazione di cedere
i corsi per bambini a qualche più giovane collaboratore, scopri
alcune costanti. Il turn over è molto basso, quei bambini che
avevano cominciato anni fa quasi per caso non solo non hanno
abbandonato ma sono diventati bravi, più bravi in tutti i sensi.
Da un punto di vista tecnico (nelle forme e nel combattimento) ma anche
comportamentale e caratteriale; sono cioè più maturi e
responsabili. Quelli che avevano mostrato un comportamento non proprio
ortodosso (spesso per problemi familiari) hanno superato le proprie
difficoltà e canalizzato l’energia (o
l’aggressività) nella giusta direzione; quelli timidi
hanno trovato la fiducia in se stessi e quelli deboli e gracili sono
diventati forti e sicuri. Un miracolo? Nessun miracolo, ma tanta
pazienza, costanza ed esperienza. Certo, il sogno è sempre
quello di avere delle classi di bambini cinesi o giapponesi,
disciplinatissimi e obbedienti, ma siamo in Italia e la cultura
è troppo diversa. Bisogna rassegnarsi e trovare la giusta misura
tra disciplina e rispetto reciproco e irrinunciabilità
dell’aspetto ludico. I bambini che vengono a fare arti marziali
devono capire che la palestra è il terzo luogo, dopo la casa e
la scuola, dove imparare a crescere. Nessuno li ha obbligati a
scegliere judo, karate o kung fu e se frequentano i corsi hanno il
dovere di osservare delle regole comportamentali ma anche il diritto di
apprendere divertendosi, non subendo l’autorità (o peggio
l’autoritarismo) del maestro ma sentendosi guidati dalla sua
autorevolezza, cioè dal carisma. Ovviamente, seguire questa
strada è molto più difficile per l’insegnante che
non imporsi punto e basta, ma paga di più nel tempo in termini
di risultati educativi e rapporti umani. Forse è proprio questo
che fa sì che l’insegnante sia considerato il Maestro,
anche quando i bambini non sono più tali perché sono
ormai cresciuti. Questa è almeno la mia esperienza, insegnante
prima di karate ed ora di kung fu. Non nascondo le difficoltà
incontrate ma neanche la soddisfazione di vedere dei bambini con poca
esperienza eseguire con bravura dei kata richiesti per l’esame di
cintura nera; o vederli eseguire la forma di Taiji Quan difficile anche
per gli adulti. Nel corso di quest’anno facciamo Xing-Yi Quan,
un’arte marziale cinese tanto sconosciuta quanto affascinante,
dove s’imparano cinque tipi di pugno e le forme di dodici
animali. Per quanto ne so, non solo nessuno insegna queste cose ai
bambini ma a Firenze e provincia nemmeno agli adulti; in corsi futuri
affronteremo anche altre discipline, come il Bagua Zhang, altrettanto
poco diffuse ma bellissime. Anche questa è stata una scelta non
facile: le cose meno note all’inizio hanno meno attrattiva ma
è anche più gratificante privilegiare la qualità
piuttosto che mettere in piedi un corso come tanti. Chi è sulla
stessa lunghezza d’onda è il benvenuto.
Fabrizio Bencini