Riportiamo qua sotto un articolo scritto dal M° Fabrizio Bencini
nel 1995, quando era nella Scuola Shaolin Mon fondata dal M°
Tokitsu. Lo riproponiamo oggi sottoponendolo soprattutto
all’attenzione degli adepti del Budo perché riteniamo che
certi valori, sempre attuali, possano accomunare cultori di discipline
sia cinesi che giapponesi unendoli nella comune ricerca della Via, si
chiami essa Do o Tao.
Il termine Budo è assai familiare a tutti i praticanti di arti
marziali, che ad esso fanno spesso riferimento. Non sempre,
però, tale riferimento è appropriato, in quanto il Budo
è qualcosa di profondamente lontano da ciò che spesso
caratterizza quelle che oggi genericamente chiamiamo arti marziali,
troppo spesso identificate con gli sport da combattimento
d’origine orientale.
Il concetto di Budo è qualcosa d’estremamente complesso e
non può essere disgiunto da una cultura assai diversa da quella
occidentale. Nella cultura tradizionale giapponese l’uomo tende a
raggiungere l’armonia con l’Universo, cioè con tutto
ciò che lo circonda , con gli altri e con se stesso. Il Budo
è un mezzo per arrivare a questo fine, attraverso la
gestualità del combattimento e l’autocoscienza costante
che esso impone. Ciò è più facilmente
comprensibile se pensiamo alla società feudale giapponese ed al
contesto sociale nel quale vivevano i samurai. Per essi il
combattimento non rivestiva certo un aspetto sportivo, ma rappresentava
una questione di vita o di morte; uno sbaglio poteva costare la vita.
Non solo, ma nelle condizioni date, l’intero corso
dell’esistenza era condizionato dall’abilità nelle
arti marziali ed in particolare in quella della spada.
Tali considerazioni tuttavia non sono ancora sufficienti per capire il
Budo, se si prescinde dallo status spirituale al quale pervenivano i
maestri di sciabola. Un elemento ad essi comune era il rapporto
esistente tra corpo e mente durante il combattimento, la perfetta
armonia tra queste due entità, il loro costante coordinamento.
Ciò costituiva anche una necessità pratica: uno stato
d’animo inadeguato poteva significare la morte.
La forza fisica e l’abilità tecnica erano condizioni
necessarie ma insufficienti, in quanto era soprattutto attraverso la
fusione di stato mentale ed atteggiamento corporeo che si raggiungeva
la comprensione di sé e della propria esistenza quando questa
veniva costantemente messa in discussione.
Oggi, il contesto sociale nel quale viviamo è ovviamente
diverso; rispetto alle modalità belliche attuali le arti
marziali sono del tutto inadeguate, mentre sono scomparse le condizioni
materiali che resero possibili la nascita e lo sviluppo del Budo. Si
pone allora un dilemma: è possibile rilanciare un Budo
dell’epoca contemporanea o dobbiamo inevitabilmente ridurre le
arti marziali a sport? E ancora: essere adepti del Budo significa
necessariamente essere dei nostalgici di un’epoca definitivamente
scomparsa e irripetibile? Noi riteniamo che sia possibile ritrovare
l’essenza del Budo nella società attuale senza essere dei
reazionari; il compito certo non è facile ma neanche
impossibile. In tale impresa, rispetto ai giapponesi noi occidentali
siamo da un lato svantaggiati, dall’altro forse favoriti.
Svantaggiati perché non ci è familiare la nozione di
“Do”, favoriti perché viviamo in maniera molto meno
contraddittoria il contrasto tra la tradizione (l’epoca feudale
dei samurai) e la modernizzazione.
Per quanto riguarda il concetto di “Do” occorre
innanzitutto rilevare che esso impregna molteplici attività in
Giappone, non solo le arti marziali. Quindi accanto al karate-do, al
judo, all’aikido, al kyudo o al kendo, troviamo il kado
(l’arte di disporre i fiori), il sado (la cerimonia del the) e lo
shodo (la calligrafia), per limitarci agli esempi più noti.
Questo perché‚ la nozione di Do è intesa nella
cultura giapponese “come quella di una via diretta e uno stato
spirituale che libera le facoltà umane nei diversi campi
artistici; e tale stato spirituale può essere raggiunto tramite
l’approfondimento di ogni singola disciplina (...). Per seguire
la Via è opportuno conformarsi ai precetti che governano
l’Universo e dunque la società. Il processo di
perfezionamento in qualunque disciplina è quello della
realizzazione globale della personalità, in armonia con il mondo
umano come pure con la natura (...). La nozione di Do non è solo
un’idea astratta, ma piuttosto una morale o l’orientamento
di un sistema di vita: è dunque un prodotto sociale storico,
permeato dai costumi, dalle religioni, dai valori collettivi
antichi” (1)
Tale interpretazione ben spiega quanto il concetto di Do sia lontano
dalla cultura occidentale e quanto poco con esso abbia a che vedere la
pratica contemporanea delle arti marziali.
Rimane comunque da risolvere il problema che avevamo posto
precedentemente, e cioè come ricostruire l’equazione arti
marziali=Budo. Preso atto dell’enorme divario esistente tra
quest’ultimo e l’attuale contesto sociale (opposto a quello
che lo produsse), occorre partire dai massimi livelli acquisiti
empiricamente e formulare una sistematizzazione teorica che ne consenta
l’inserimento e lo sviluppo nella società contemporanea.
In altre parole, il Budo si è formato e perfezionato in un lungo
periodo di tempo attraverso l’esperienza dei samurai e
all’interno di una ristretta cerchia di persone. E’
partendo da quest’esperienza che dobbiamo studiare le
modalità che consentano un rilancio del Budo in un contesto non
più favorevole.
Uno sforzo in questo senso è rappresentato dalla ricerca del
Maestro Kenji Tokitsu, che ha coniugato una pratica più che
trentennale del Budo con un’originale elaborazione teorica. Per
Tokitsu una moderna applicazione del Budo può essere costituita
da ciò che egli definisce Karate-Goshin-Do, ovvero
“l’insieme delle tecniche di autodifesa
dell’uomo”. Il Karate-Goshin-Do rappresenta
un’evoluzione del Karate-Goshin-Jutsu, ossia il passaggio dalla
tecnica alla Via; la differenza non è da poco. Infatti alla
unidimensionalità della tecnica si sovrappone la
pluridemensionalità, nel Budo, di Maai, Yoshi e Yomi.
Non è nostra intenzione approfondire in questa sede tali
concetti, che vengono analizzati dettagliatamente nella citata opera
del M. Tokitsu.
Ci limiteremo perciò a ricordarne brevemente il contenuto per
ricollegarli al filo rosso delle nostre riflessioni. Il termine Maai,
normalmente tradotto con “distanza”, è in
realtà una parola composta che indica un intervallo di tempo o
di spazio, di avvicinamento o di allontanamento tra persone o cose.
Alla nozione di Maai sono inscindibilmente collegate quella di Yoshi,
che semplicisticamente potremmo tradurre con cadenza o ritmo e di Yomi
che indica, nel nostro caso, la capacità di prevedere le
intenzioni dell’avversario. Questo in estrema sintesi. In
realtà, si tratta di considerare questi tre aspetti in un
contesto culturale ricco e complesso come quello della tradizione
giapponese, non solo nell’ambito del Budo ma in quello di molte
altre arti. Ad esempio, la nozione di Yoshi coinvolge la
globalità degli attori di una situazione data, nella quale
ognuno cerca di entrare in armonia con gli altri e con
l’universo. Analogamente, la nozione di Yomi implica la
possibilità e la capacità di intuire, di prevenire, di
decifrare ciò che non è espresso; è insomma una
forma di comunicazione che permette di interpretare pensieri e
intenzioni.
Si intuisce facilmente, a questo punto, come tutti questi concetti
applicati al combattimento costituiscano un qualcosa di
qualitativamente diverso da un kumite sportivo nel quale
l’attenzione (non la coscienza!) è portata solo sul colpo
che fa guadagnare il punto.
Il Budo affonda le sue radici in un humus culturale profondo,
più vasto di quello coperto dalle arti marziali, perché
permette il dispiegamento delle capacità umane in varie
discipline; proprio per questo, il Budo non è solo un insieme di
tecniche ma rappresenta un’espressione della Via.
Ovviamente, per progredire in questa, occorre molto tempo e
all’inizio bisogna imparare le tecniche, ma quando la forza
fisica e la velocità verranno meno con l’età, tali
carenze saranno più che compensate dalle altre dimensioni del
Budo. Questo permetterà al Maestro anziano di dominare
l’allievo più giovane e forte. Ancora una volta,
l’esatto contrario di quanto avviene nell’applicazione
sportiva delle arti marziali.
Detto questo, rimangono da chiarire altri aspetti. Ad esempio, dato lo
strettissimo legame tra il Budo e la cultura giapponese, quale
atteggiamento deve assumere un occidentale? Deve per forza far propria
tale cultura? E ancora, poiché‚ il Budo fu fortemente
influenzato da valori e concezioni religiose e filosofiche quali il
buddismo, il confucianesimo e lo scintoismo, come deve porsi di fronte
ad esse il moderno budoka? Alla prima domanda la risposta è
abbastanza semplice: per chiunque è impossibile prescindere
dalla propria formazione, per cui sforzarsi di essere un
“prodotto” di una cultura lontana e diversa è quanto
meno inutile e assurdo. Per quel che concerne il rapporto tra
l’attuale seguace del Budo e le filosofie che nei secoli hanno
permeato quest’arte, il discorso è più complesso;
tuttavia, riteniamo che si possano recuperare quei valori che hanno
influenzato il Budo per l’importanza che essi assumono nella
pratica, rimanendo comunque scevri da ogni tentazione mistica e saldi
nella propria laicità.
Vediamo di chiarire meglio. E’ nota l’influenza che il
buddismo Zen ha avuto sul Budo, ma non è affatto necessario
essere dei monaci zen per diventare dei bravi budoka. Al contrario, la
influenza dello Zen sulla condizione spirituale del combattente va
senz’altro recuperata, non per attaccamento alla tradizione, ma
per la sua efficacia. Il vuoto di cui già parlava Bodhidarma
millecinquecento anni fa non era il niente, ma lo stato in cui si trova
lo spirito quando assume una dimensione universale. La stessa ricerca
dello spirito non può progredire se il corpo è debole,
quindi l’addestramento fisico e quello spirituale devono
procedere di pari passo; ciò affinché‚ si realizzi
l’unione di corpo e mente. Ecco allora che lo sviluppo delle
tecniche si accompagna a quello della respirazione, ed entrambi
costituiscono un mezzo per arrivare alla perfezione spirituale. Questa
fu la grande innovazione di Bodhidarma, che fu portata alla sua massima
espressione in Giappone nell’epoca Edo o Togukawa (1603-1868).
Per il budoka contemporaneo, l’obiettivo non è tanto
raggiungere la perfezione spirituale, quanto portare
l’affinamento della propria arte verso la perfezione. Una tale
ricerca non può prescindere dalla nozione di Via e non comporta
uno stravolgimento della cultura d’origine.
Al contrario, consente l’interiorizzazione di stati mentali quali
il vuoto o la mente libera (mushin) intesi non in senso
mistico-religioso, ma come stati di coscienza essenziali nel
combattimento. In ciò, il riferimento d’obbligo è
ai grandi maestri di spada dell’epoca Togukawa; per essi, vincere
o perdere in combattimento significava vivere o morire. Per noi,
fortunatamente, non è così; tuttavia, la ricerca della
massima efficacia presuppone un’interiorizzazione dello stato di
coscienza da tenere in combattimento che implica il pieno dominio di
sé e dell’avversario. Questo fino ad arrivare a vincere
senza combattere, vivendo il combattimento a quei livelli
pluridimensionali che oltrepassano la perfezione tecnica. In questo
senso, il budoka raggiunge lo stato di vacuità dello Zen. Quando
si è nella condizione di mushin (letteralmente “non-mente)
non esiste separazione tra volontà e azione; questa scaturisce
immediatamente e spontaneamente nel momento stesso
dell’intuizione. In questo senso deve intendersi anche il
concetto di munen (“non-pensiero”), cioè il pensiero
non deve frapporre alcun intervallo con l’azione, nemmeno se ha
“lo spessore di un capello”, per dirla con Takuan Soho (2).
Ciò però non significa che lo spirito non esista, ma che
non deve essere influenzato dal corpo e dalla mente
dell’avversario, né condizionato dalla propria ragione.
Significa che durante il combattimento, lo spirito (shin)
dev’essere libero.
Numerosi sono in proposito gli scritti degli antichi maestri di
sciabola, i quali spesso citavano come metafora il riflesso della luna
sull’acqua, da Yagyu Munenori a Itsusai Chozanshi(3), al grande
monaco Zen contemporaneo Taisen Deshimaru Roshi che riporta il seguente
koan(4): “Il riflesso della luna nel fiume è sempre in
movimento. Eppure la luna esiste e non se ne va. Resta, ma non si
muove.” Durante il combattimento, spiega Deshimaru, “lo
spirito dev’essere come la luna, ma il corpo e il tempo passano,
passano, passano come la corrente. L’istante presente non ritorna
mai”(5). Ciò significa che in un duello tutto si decide in
un istante, la vita e la morte.
Ancora una volta, si evidenzia la differenza tra Budo e sport; in
quest’ultimo c’è il tempo, nel Budo no. Scrive il
Maestro Deshimaru: “Evidentemente, nelle moderne competizioni non
si lotta per la vita o per la morte, ma per un punteggio: la forza del
corpo, quindi, e la tecnica sono sufficienti. Ma nei tempi antichi era
tutta un’altra cosa, visto che era la vita a trovarsi in gioco;
era l’intuizione allora a decidere tutto, come ultima risorsa.
Oggi si dovrebbe ritrovare questo spirito; comportarsi, in questo
combattimento, come se la vita stessa vi fosse coinvolta, anche con la
spada di legno. Le arti marziali, allora, ritroverebbero il loro vero
posto: la pratica della Via. Altrimenti non è che un
gioco...”(6). E ancora: “Bisognerebbe incanalare la
tensione del corpo e l’abilità della tecnica
nell’attenzione-intuizione dello spirito. Lo spirito allora
è vuoto, Ku, senza incrinatura. Questo è lo Zen, ed anche
la vera Via del Budo. Di fronte alla morte, come di fronte alla vita,
la coscienza dev’essere tranquilla. E bisogna decidere,
nell’accettare la propria vita come la propria morte.” Al
contrario, gli educatori d’oggi “allenano il corpo, la
tecnica, ma non la coscienza. I loro allievi si battono per vincere,
giocano alla guerra come bambini. Non c’è alcuna saggezza
in tutto ciò. Non è affatto efficace per dirigere la
propria vita! A cosa serve la loro tecnica nella vita quotidiana? Lo
sport non è che un divertimento e in fin dei conti promuove lo
spirito di competizione, basandosi solo sul corpo.
Per questo motivo, le arti marziali devono ritrovare la loro dimensione
positiva. Nello spirito dello Zen e del Budo, la vita quotidiana
diventa il luogo del combattimento. Bisogna essere coscienti in ogni
istante: alzandosi, lavorando, mangiando, coricandosi. Qui si trova la
vera padronanza di sè”.(7)
Queste considerazioni ci riportano al rapporto tra tecnica (waza),
energia (ki) e spirito (shin). Come abbiamo già rilevato
riprendendo il concetto di pluridemensionalità del Budo
elaborato dal Maestro Tokitsu, la perfetta padronanza della tecnica
costituisce la base su cui sviluppare le dimensioni più
complesse. Solo quando le tecniche saranno interiorizzate a tal punto
da non richiedere un procedimento cosciente per essere applicate, si
potrà andare oltre, sarà cioè lo spirito a
decidere.
Bisogna arrivare a superare la fase in cui si pensa cosa fare, per
agire soltanto, cioè per portare l’azione in un istante;
la mente è vuota e il corpo segue lo spirito. “Qui ed
ora” diviene l’imperativo.
A questo punto, dopo aver detto della tecnica e
dell’atteggiamento della coscienza, dobbiamo spendere qualche
parola sull’energia (Ki), anche perché‚ le tecniche
di sviluppo del Ki contribuiscono a raggiungere lo stato di mushin. Per
arrivare a questo, occorre porre l’attenzione sul tanden
inferiore (il centro dell’energia, situato nel ventre al di sotto
dell’ombelico), attraverso una corretta respirazione, basata su
un’espirazione profonda.
E’ questo un punto molto importante, perché una giusta
respirazione permette di rinnovare continuamente l’energia vitale
anche in età avanzata, quando il corpo è più
debole.
Nell’arte marziale intesa come sport, il periodo di pratica
è necessariamente breve, mentre i grandi maestri di sciabola non
solo erano in grado di continuare la loro arte nella maturità,
ma addirittura la miglioravano. Questo grazie ai livelli raggiunti
nelle dimensioni di Maai, Yoshi e Yomi.
Oggi, un aiuto essenziale per supplire all’inevitabile
decadimento fisico e per avanzare nell’arte è
rappresentato dal lavoro interno, dalla pratica cioè di quegli
esercizi e di quelle discipline, come il Taiji Quan, il Qi Gong
el’Yi Quan che permettono di sviluppare sensibilmente
l’energia e mettere in movimento la forza di tutto il corpo.
Questa attenzione al lavoro interno è quasi completamente
trascurata dalla maggior parte delle arti marziali
“esterne”, che basano cioè la loro efficacia sulla
potenza muscolare, ed è praticata soprattutto dalle scuole che
studiano le arti cinesi sopra ricordate, includendo anche discipline
come il Xingy Quan e il Bagua Zhang.
In particolare, ci sembra importante il lavoro di chi si impegna a
ricostruire in forma metodologica ciò che era stato realizzato
empiricamente nei secoli scorsi dai grandi maestri del Budo. Abbiamo
già detto della loro progressione dell’arte, in misura
proporzionale non solo all’età ma addirittura
all’invecchiamento. Oggi, tale esperienza può essere
ripetuta grazie al lavoro interno che permette lo sviluppo sia
dell’energia (Ki) che della sensibilità e percezione
(Yomi). Con queste capacità, coltivate in lunghi anni di
pratica, un anziano maestro potrà sempre avere la meglio su un
allievo giovane. L’efficacia, allora, si coniuga con la durata.
In tal modo, si può gustare il piacere non solo di continuare a
praticare tutta la vita, ma di trarre dalla pratica soddisfazioni
sempre maggiori. Esattamente il contrario dell’esperienza vissuta
da molti marzialisti contemporanei, per i quali la
“soddisfazione” è data dal sacrificio, dal dolore
fisico e dai danni alle articolazioni.
Al maestro Tokitsu, che ha saputo coniugare arti giapponesi e cinesi,
va il merito di un rilancio del Budo nell’epoca contemporanea,
avendo contribuito a dare al karate, disciplina relativamente giovane,
una dignità che lo faccia entrare a pieni titolo nel Budo.
Noi, più modestamente, vorremmo sottolineare
l’estensibilità di questo metodo alle altre discipline da
combattimento a mani nude (in particolare judo e aikido) ed anche a
quelle arti marziali che si servono di armi (il kendo soprattutto, ma
anche il kobudo).
Anche se per quest’ultime l’applicabilità del
concetto di autodifesa (goshin) in caso d’aggressione risulta
ovviamente più limitato, il recupero pieno della nozione di
“Do” ci pare essenziale.
In conclusione, queste brevi riflessioni sullo spirito del Budo
nell’epoca contemporanea vogliono riproporre l’accento
sulla integrazione della pratica marziale nella vita quotidiana.
La ricerca della perfezione è possibile in questa vita
attraverso la ricerca della Via e questa può essere perseguita
nel Budo come in altre arti. La ricerca della Via è, in
realtà, la “creazione” di se stessi e della propria
esistenza; ma nel Budo, cioè in un’arte che in epoca
antica metteva quotidianamente in discussione la vita, Do vuol dire
anche riflettere sulla morte.
Per vincere in combattimento occorre essere pronti a morire; solo chi
ha superato il dualismo vita-morte, se stesso-avversario, può
avere la mente libera ed essere in grado di vincere. Se questo è
l’atteggiamento della coscienza anche in allenamento e, in senso
lato, nella vita d’ogni giorno, potremo essere dei buoni budoka e
progredire nella ricerca di noi stessi in tutti i campi
dell’attività umana.
Firenze, 3 Settembre 1995 FABRIZIO BENCINI
Note
(1) Kenji Tokitsu, “Lo Zen e la Via del Karate”, Sugarco, pp.39-40
(2) Il più importante maestro Zen dell’epoca Togukawa. Si
vedano le due diverse traduzioni italiane dei suoi scritti: “La
saggezza immutabile”, Rimini, Il Cerchio, 1993 e
“Sogni”, Milano, Luni, 1995.
(3) Kenji Tokitsu, op. cit. pp.131-132 e 167.
(4) Principio di verità eterna trasmesso da un maestro.
(5) Taisen Deshimaru Roshi, “Zen e arti marziali”, Rimini, Il Cerchio, 1990, p. 30.
(6) Taisen Deshimaru Roshi, op. cit. pp. 41-42.
(7) Taisen Deshimaru Roshi, op. cit. pp. 47-48.
Fabrizio Bencini